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Il vero successo? Diventare veri “artisti della vita”. Il profitto? Va pensato “senza dimenticare il rispetto della persona e dell’ambiente”. “Nessuno ci insegna che il vero successo che ogni persona può conseguire, al di là dei ruoli sociali e delle apparenze, è quello di trasformare la propria esistenza in un’autentica arte”. Così Niccolò Branca, presidente e amministratore delegato della Holding del Gruppo Branca International, parla con l’Adnkronos di meditazione ‘applicata’ al mondo del lavoro.

L’interesse verso questa pratica è cresciuto negli ultimi anni, complice la crisi economica che ha ridefinito le priorità individuali e non. “Pratico la meditazione da 25 anni. Quando facevo i primi passi, per la gente comune la meditazione era per lo più considerata una pratica religiosa o una tecnica associata a profonde elucubrazioni filosofiche. I capovolgimenti sociali degli ultimi 10 anni hanno decisamente contribuito a far crescere il numero delle persone che oggi invece meditano per conoscersi, per ricongiungersi alla propria centralità, alla propria essenza“, dice Branca nominato nel 2011 Cavaliere del Lavoro.

“Il perdurare della crisi economica, in effetti, è stato piuttosto esplicativo per molti: legare la felicità a elementi materiali significa legarla a qualcosa di momentaneo, che può modificarsi da un momento all’altro. Quindi, in ultima analisi, significa legare la propria felicità a una sicura sofferenza, dato che l’unica cosa che non cambia è il cambiamento“, spiega.

“Questo, naturalmente, non vuol dire che sia necessario fuggire dal mondo fenomenico, dal piacere e dalla bellezza che è in grado di offrire: un bel vestito, un viaggio, un’automobile, un tramonto o un fiore. Significa però che se ci identifichiamo in ciò che è materiale, quindi soggetto al cambiamento, votiamo noi stessi a sicura sofferenza“, chiarisce l’imprenditore. Ecco allora che “la ricerca della felicità conduce di frequente verso la meditazione, consapevoli che solo nella propria interiorità, nella propria essenza, è possibile trovare in modo duraturo bellezza, pace, gioia e dinamica vitalità”.

Ma come si concilia tutto questo con la ricerca del profitto, obiettivo imprescindibile per un’azienda? “In realtà lo spirito e la materia sono un tutt’uno. È la mente fenomenica, duale, che ci fa dividere giorno e notte, bello e brutto, inspirazione ed espirazione. Bisogna uscire dalla dicotomia secondo la quale le aziende cattive fanno profitti e quelle buone non li fanno“, premette Branca che ha applicato i principi olistici alla gestione della sua azienda.

È necessario invece pensare al ritorno finanziario con equilibrio, senza mai dimenticare il rispetto della persona e dell’ambiente“, sottolinea l’ad che guida una realtà attiva commercialmente in oltre 160 Paesi. Anche “perché quando un’azienda funziona ha le risorse sufficienti per pagare gli stipendi, i fornitori, le tasse, per investire in ricerca e sviluppo. In questo modo dà il proprio tangibile contributo alla comunità, al territorio che la ospita, all’intera società civile. Il fare di un individuo, così come quello di un’azienda, è giusto spiritualmente quando non è legato solo al ritorno personale ma è saldamente unito all’io-umanità”.

Una prospettiva che cambia anche l’idea di successo professionale: “Sin da piccoli ci insegnano che dobbiamo fare qualcosa, diventare qualcuno. Allora studiamo, ci prepariamo per diventare architetti, dottori, avvocati, imprenditori, insegnanti, negozianti, manager, attori: il successo sembra racchiuso nell’assunzione di un ruolo professionale definito – osserva il presidente di Fratelli Branca Distillerie che quest’anno festeggia 170 anni dalla fondazione – Ma quante persone di successo sono in realtà dilaniate da gelosie, invidie, bramosie, generate dai conflitti e dalle divisioni che continuano a vivere dentro di loro. Nessuno ci insegna che il vero successo che ogni persona può conseguire, al di là dei ruoli sociali e delle apparenze, è quello di trasformare la propria esistenza in un’autentica arte. Ecco, la meditazione ci avvia su questo percorso, ci permette di diventare veri artisti della vita”.

Si parla sempre più di smart working, welfare aziendale, dei modi in cui l’impresa applica politiche volte a conciliare vita e lavoro dei propri dipendenti in funzione anche di una maggiore produttività degli stessi. Cosa in può fare in questa direzione magari attingendo all’esperienza della pratica meditativa? E’ una questione “molto interessante ma anche molto complessa, su cui sto lavorando da tempo” con un cammino “che è ancora aperto e non considero certo concluso”.

Bisogna innanzitutto vedere l’azienda come un Organismo Vivente, costituito da tante persone diverse, caratterizzate ognuna dalle proprie qualità, dalle proprie aspettative, dalle proprie esperienze, dai propri desideri, dalle proprie ferite. Come fare allora perché tutte queste differenti persone lavorino insieme per il bene comune? Bisogna far circolare le informazioni. Valorizzare la meritocrazia collaborativa. Sviluppare la cultura della responsabilità e non del potere. Uscire dalla logica a silos, per funzioni, e costruire quella basata sulla cooperazione. Trovare la chiave di questo in uno scopo comune, che spinga le persone a collaborare“, spiega.

Il che non “significa però né buonismo, né consociativismo. Non si deve sottostare alla mancanza di assertività, di auto-responsabilità, di accountability. Se ci sono rami secchi vanno tagliati, perché l’albero possa continuare a dare buon frutti. Ma anche questo può essere attuato senza cattiveria o cinismo, in funzione del bene comune, del bene di molti”.

Riguardo alle pratiche meditative, “la scelta di attingere a queste ritengo sia del tutto personale, proprio perché ognuno di noi è incamminato sul proprio individuale percorso. Ma in fondo ciò che conta non è la pratica, ma il praticare la pratica – sottolinea – Non è quindi l’ora di meditazione quotidiana, ma la capacità di portare con sé quella consapevolezza, quella lucidità acquisita nel momento meditativo, e continuare a viverla in ogni momento della propria giornata, all’interno dell’Organismo Vivente così come in famiglia”.

“Anzi, entrambe queste importanti dimensioni sono luogo d’elezione, per tutti noi, di ogni sorta di energia negativa: dalla cupidigia alla rabbia, dalla gelosia al potere e all’invidia – conclude – Allora, usare nei confronti di queste emozioni il filtro dell’osservazione saggia appreso durante la pratica meditativa ci permette, in ogni circostanza, di non reagire in modo inconsulto, ma di scegliere con consapevolezza le nostre azioni“.

Leggi l’intervista sul sito Adnkronos

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