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Oggi voglio raccontarvi un’antica leggenda che amo molto per il suo limpido significato. Ed è affascinante, perché compare in svariate tradizioni, da quella indù a quella dei nativi americani.

Un tempo lontano gli uomini erano simili agli Dei. Purtroppo però abusarono talmente del proprio potere che il Dio supremo decise di privarli del loro potere divino celandolo in un luogo davvero inaccessibile. Perciò, a questo scopo, chiese consiglio gli altri Dei.
Alcuni di loro gli proposero senza esitazione: “Nascondi la divinità dell’uomo nella profondità della terra!”.
Ma il Dio supremo rispose: “Non è sufficiente: l’uomo scaverà e la troverà”.
Altri Dei dissero: “Nascondi la divinità dell’uomo negli abissi oceanici!”
Ma il Dio supremo rispose: “Non basta: l’uomo esplorerà le profondità dei mari e la riporterà in superficie”.
Gli ultimi Dei che ancora non avevano espresso un parere dissero allora: “Nascondi la divinità dell’uomo sulla montagna più alta, al limite del cielo!”
Ma il Dio supremo rispose ancora: “Non basta: l’uomo scalerà le vette più elevate e se ne impadronirà”.
Allora gli Dei conclusero in coro: “È impossibile nascondere la divinità dell’uomo. Non c’è luogo sulla terra, nel mare o nel cielo che l’essere umano non possa raggiungere…”.
In quel preciso momento il Dio supremo sentì di avere in pugno la soluzione e disse: “Ho trovato: la nasconderò dentro l’uomo stesso, proprio nel profondo del suo cuore. È l’unico posto in cui l’uomo non guarderà”.

La leggenda narra, con il caratteristico linguaggio mitologico, che l’essere umano ha in sé una splendida parte divina. Ma che questa luce interiore gli è spesso inaccessibile perché risiede in fondo al suo cuore, un luogo che l’essere umano non frequenta certo con assiduità.

Il suggerimento che ce ne deriva è la necessità di cambiare punto di vista e cominciare a guardare sistematicamente nel profondo di noi stessi.
Perché quell’inquietudine che non di rado ci assale, e che ci spinge a rincorrere mete esteriori come la fama, il successo, la ricchezza, non troverà compenso col raggiungimento di questi obiettivi. La sensazione di disagio prima o poi tornerà a farsi sentire, segnalandoci che la direzione in cui abbiamo cercato, cioè l’esterno, era la direzione sbagliata. Solo volgendo il nostro sguardo verso l’interno riusciremo a trovare pienezza e vero appagamento.

Meditare significa essenzialmente apprendere di nuovo a volgere lo sguardo all’interno e a cercare dentro di sé, non fuori, la pienezza e la gioia.
Ma la meditazione non è una tecnica, uno strumento o un metodo. Non richiede alcuno sforzo di volontà. Non si tratta di “fare”. Si tratta, tuttalpiù, di riposarsi nella natura intrinseca del proprio essere.
La meditazione infatti, non mi stancherò mai di ripeterlo, non è altro che la nostra intima natura. La chiamiamo “meditazione” perché siamo distratti da mille pensieri e non siamo presenti. Se ci fosse presenza, non ci sarebbe più bisogno di definirla “meditazione”.

Quando c’è presenza non siamo più in preda alle nostre emozioni, sensazioni, percezioni, deformazioni mentali. Quando c’è presenza l’imprenditore torna a essere imprenditore della propria impresa, per usare un’immagine che mi è cara. La persona torna, cioè, a risiedere nella totalità e nell’armonia del proprio essere.

Si crea uno spazio e invece di reagire cominciamo ad agire.
Lo spazio vuoto generato dalla presenza, mette in moto l’osservazione, l’Osservatore.
Grazie all’intervento dell’Osservatore possiamo vedere con lucidità ciò che accade, sia internamente che esternamente.

Possiamo anche vedere l’enorme quantità di stimoli a cui siamo sottoposti. Noi di solito reagiamo a tali stimoli senza averne coscienza. Invece la nostra reazione alle continue sollecitazioni che ci arrivano dall’esterno può essere mediata dalla consapevolezza.
Tuttavia la consapevolezza può esistere solo quando c’è uno spazio vuoto. Ed è l’osservazione, l’Osservatore, a garantirci questo spazio.

“Immagina d’essere un bimbo che, sdraiato sulla schiena con lo sguardo rivolto al cielo senza nuvole, faccia bolle di sapone con un anello di plastica. Non appena la bolla si stacca, l’osservi mentre s’innalza nel cielo, e così facendo sposti l’attenzione dalla bolla al cielo. Mentre osservi la bolla, questa scoppia, ma l’attenzione per un attimo rimane là dove c’era la bolla. Ecco, in quell’attimo la consapevolezza si posa nello spazio vuoto.” (B. Alan Wallace, “Buddismo tibetano dalle fondamenta”)

Quando c’è consapevolezza, siamo in grado di decidere quale azione intraprendere. Non sono più le sensazioni, l’emotività, i fattori mentali, i condizionamenti, le convenzioni, i conformismi, l’inconscio, a farci reagire invece che agire.

Presenza, osservazione, spazio, consapevolezza.
Tutto questo, genera attenzione. L’attenzione però non deve essere confusa con la concentrazione.

La concentrazione è un atto di volontà: c’è un io che si focalizza su un determinato punto. Quando decidiamo di concentrarci, indirizziamo tutte le nostre facoltà verso qualcosa ed escludiamo tutto il resto. Accade, ad esempio, quando guidiamo di notte con la pioggia.
L’attenzione invece non è determinata dalla volontà. E’ una facoltà della mente che viene dalla consapevolezza. Non è focalizzata su un punto.
Possiamo vedere l’attenzione in atto, osservando un bambino impegnato con passione in un videogioco. Mette tutto se stesso in quell’attività, non ha preso la decisione di rimanere concentrato. Tutti suoi sensi, la sua emozione, la sua intelligenza, tutto se stesso è lì dentro.

Ma, naturalmente, anche noi adulti sperimentiamo l’attenzione. Ci accade, non di rado, davanti all’intensità di un tramonto ad esempio. In quel momento, davanti a tanta bellezza, siamo sensibili a tutto ciò che ci circonda e siamo lì totalmente.
Questa è l’attenzione. Non una reazione, non un atto di volontà dell’individuo. È qualcosa di più largo, globale, sensibile.

Quando c’è consapevolezza attenta, c’è sensibilità.
La sensibilità è intelligenza, è amore. Di conseguenza, l’azione che ne sarà generata sarà buona per noi e per gli altri.

Così accade che al lavoro siamo pienamente presenti. La presenza significa consapevolezza, la consapevolezza porta attenzione. Siamo consapevoli e attenti a ciò che succede dentro e fuori di noi.
L’attenzione mette in moto l’intelligenza, la sensibilità è al massimo. Non è focalizzata su un solo punto. È totale.
Siamo consapevoli anche degli stimoli esterni che provocano le nostre reazioni interne. Incontriamo una persona che ci elogia e vediamo la nostra reazione interna di piacere, di gioia. Al contrario un altro ci manda al diavolo, e noi reagiamo con disappunto, con sorpresa o forse con dolore. In questo modo, col distacco che ci viene dall’osservazione, iniziamo a investigare sul funzionamento della nostra mente e a non essere più succubi delle nostre proiezioni e delle nostre reazioni agli stimoli esterni.

Quando c’è sensibilità, c’è intelligenza e amore. Maggiore è la sensibilità, maggiore è l’intelligenza.
Una persona sensibile è una persona dotata di un’immensa apertura di cuore. Non conosco persone sensibili e cattive, e nemmeno persone sensibili e stupide.
La sensibilità è intelligenza. E questo genera la giusta azione.

Come ho affermato all’inizio, la presenza mette in moto l’osservazione. Ed è grazie all’intervento dell’Osservatore che possiamo vedere con lucidità tutto ciò che ci accade, sia internamente che esternamente.
Ma l’Osservatore non è altro che l’osservato.

Forse vi è già capitato di leggere, o di ascoltare, questa frase folgorante di Jiddu Krishnamurti “L’osservatore è l’osservato”, uno dei temi che attraversa tutta l’opera del grande filosofo indiano.
Ma che cosa significa “L’osservatore è l’osservato”?

Se, ad esempio, osservo un moto di rabbia, di gratificazione o di invidia (quindi se ciò che è osservato è la rabbia, la gratificazione o l’invidia) in quel momento la mente sta facendo esperienza di quell’emozione.
La mente che osserva l’invidia si rivela della stessa stoffa dell’invidia. Ha il medesimo sentire, la medesima logica: è l’invidia.
Dunque l’osservatore è l’osservato.

La pratica dell’osservazione può andare sempre più in profondità, consentendoci di investigare e prendere sempre maggiore confidenza con il funzionamento del nostro subconscio, dei nostri condizionamenti, delle nostre formazioni mentali.

In questo modo potremo sviluppare una chiara comprensione di tutto ciò che accade dentro e fuori di noi. Saremo quindi in grado di dare riposte sempre più creative e appropriate agli stimoli che la vita ci propone, ed essere di beneficio anche per le altre persone.

Niccolò

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