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Ora che, fortunatamente, l’equivoco è stato chiarito, tutti abbiamo tirato un sospiro di sollievo per il proprietario di quella piccola vigna e, immagino, anche a lui sarà finalmente tornato il sorriso sulle labbra.

L’episodio mi ha riportato alla mente un ricordo di molti anni fa quando talvolta, da ragazzo, andavo a casa di amici per aiutare il padre di questi nella sua attività di apicultore.
Trovavo particolarmente affascinante il momento della smielatura, operazione che veniva svolta in modo assolutamente manuale.
Il signor Luciano ci aveva insegnato a compiere i gesti ampi, continui e regolari che permettevano allo smielatore di ruotare su se stesso in modo ottimale, permettendo al liquido dorato di fuoruscire dai favi e scorrere piano piano nel vaso di raccolta.

Vivevo quei momenti come un’esperienza di totale pace che mi veniva regalata. E, ripensandoci, forse era una sorta di meditazione quella che io e i miei amici mettevamo in atto, immergendoci nella sintonia dei nostri gesti pieni di serenità, nella fragranza inebriante e avvolgente della cera e del miele, nel silenzio appena interrotto dallo sporadico ronzio di qualche ape giustamente curiosa.
Immagino però che, se qualche zelante funzionario fosse intervenuto, avrebbe anche potuto accusare il signor Luciano di sfruttamento della manodopera giovanile.

Intendiamoci bene. Sono fermamente convinto dell’assoluta necessità di combattere ed eliminare tutte le situazioni di illegalità e di sfruttamento. Ma, come per tutte le cose, credo sia importante farlo con buon senso ed equilibrio.
Talvolta, infatti, la complessità delle norme può rendere difficile stabilire il confine tra un rapporto di lavoro e una collaborazione amichevole e gratuita, come quella rappresentata dall’antica tradizione della vendemmia realizzata con l’aiuto degli amici e dei vicini.

Il fatto accaduto in Piemonte ha sollevato grande interesse in tutto il Paese, sia tra gli specialisti che tra la gente comune. E presto il dibattito si è esteso a tutte le attività artigianali, soprattutto quelle che compongono il mosaico dell’eccellenza italiana nel mondo.
Ne fanno parte molti dei mestieri d’arte più significativi e storicamente radicati: dalla gioielleria alla pelletteria, dalla ceramica al decoro, dal restauro alla legatoria, dalla sartoria al ricamo, dalla lavorazione dei metalli, del vetro e del legno, fino all’intaglio delle pipe e alla costruzione di strumenti musicali.
Tutte attività, queste, che dal Medioevo a oggi sono state trasmesse con le medesime imprescindibili modalità: un laboratorio, un maestro, e infine un allievo che, guardandolo operare con abilità ed esperienza, impara poco a poco il mestiere.

In fondo, l’obiettivo ultimo delle botteghe artigiane è, anche ai giorni nostri, proprio quello di creare occupazione specializzata, fornendo ai giovani sufficienti conoscenze, competenze e capacità per trovare un lavoro o per avviare un’attività artigianale in proprio.

Del resto, in un mondo in cui il prodotto è spesso standardizzato, non può che crescere l’interesse intorno alla particolarità degli oggetti, delle situazioni, degli studi, delle metodologie, delle relazioni umane, che il sapere artigiano ha tramandato e conservato intatti. Soprattutto nei contesti del saper fare di eccellenza.
Anche per questo il patrimonio di conoscenza e di abilità che il mondo dell’artigianato italiano offre, è invidiato e copiato all’estero. Ma, paradossalmente, è copiato con dei mezzi industriali, non artigianali.

In questi ultimi anni è fiorita anche una letteratura internazionale sui makers, forse ne avrete sentito parlare.
Si tratta di un vero e proprio movimento sociale che enfatizza il sapere artigianale e riunisce in una vivace comunità digitale coloro che, con interessi in vari settori e diversi livelli di abilità manuale, fanno del sapere artigiano una nuova branca dello sviluppo più moderno.
E ci sono scuole europee che studiano le antiche tradizioni per cogliere il motivo generatore e poi svilupparlo affiancandolo alla tecnologia digitale.

Per fortuna anche da noi è stato avviato da qualche tempo un processo di riscoperta dei mestieri artigianali e, in particolare, dell’artigianato tradizionale italiano di qualità.
Ora, infatti, le botteghe artigiane e gli atelier dei maestri d’arte delle nostre città, alla tradizione uniscono sistematicamente la cultura del progetto e l’attenzione al design.
E le realtà più all’avanguardia propongono approcci decisamente contemporanei al saper fare. Così, grazie anche a laboratori di progettazione condivisa e fabbricazione digitale, gli antichi saperi artigianali e l’innovazione tecnologica si fondono per creare qualcosa di nuovo, prezioso e vitale.

Per questo credo davvero che perdere il patrimonio artigianale italiano sarebbe una doppia sconfitta: sconfitta sulla tradizione e sul passato ma anche, e forse ancora di più, sul futuro.

Niccolò

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2 comments
  1. Giovanni Baldelli says:

    Caro Conte Niccolò Branca,
    sono pienamente d’accordo con la Sua analisi e conseguente valutazione. A tal proposito ritengo che EXPO sia stata una clamorosa occasione perduta proprio per valorizzare i valori “artigianali” legati all’alimentazione presenti nei vari Paese del Mondo. Invece di realizzare un grande mix tra Fiera dell’Artigianato e Borsa del Turismo, in cui gli espositori hanno puntato solo a presentare il rispettivo Paese da un punto di vista turistico, EXPO poteva rappresentare un’occasione unica ed irripetibile per presentare al Mondo quei valori che in ogni Paese sottendono alla cultura dell’alimentazione che non costituisce solo la soddisfazione dell’esigenza primaria della sopravvivenza ma rappresenta bensì valori etici, economici, culturali e sociali delle varie civiltà.
    Ancora una volta si è puntato alla quantità, in termini di biglietti venduti, piuttosto che alla “qualità” del messaggio culturale che avrebbe dovuto rappresentare la manifestazione di EXPO 2015.
    Come sempre un caro saluto.
    Giovanni Baldelli

    • Niccolò Branca says:

      Caro dott. Baldelli,
      in effetti il cibo è un tema di immensa importanza e inesauribile fascino.
      Differenti approcci, differenti sensibilità potrebbero certamente dare vita, proprio sulla scia di questo grande successo di Expo, a nuovi straordinari eventi intorno ai valori che il cibo racchiude. Che ne dice, non sarebbe bellissimo?
      Un caro saluto anche a lei

      Niccolò Branca