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Viviamo un momento in cui l’organizzazione economica e sociale è generalmente ritenuta vecchia, obsoleta, ma continua a riproporsi, immutabile, e mantiene con tutte le forze il suo potere privo di progetti, se non quelli che ha sempre avuto.
Il nuovo e il cambiamento, intanto, si fanno avanti con altrettanta forza. Consapevoli però degli immensi problemi che ci sono e che si devono affrontare, come quello di rendere compatibile il reddito col rispetto delle persone, dell’ambiente, dello sviluppo e dei processi sociali.

Rimane la sensazione diffusa che il mondo dell’economia, il mondo dell’utile, non siano  pronti per il dialogo e per la reciproca fecondazione col mondo dei valori, della bellezza, della bontà, del rispetto e della dignità dell’essere.
Secondo questa visione, da un lato ci sarebbe l’economia, con le sue leggi cosiddette oggettive, con i suoi parametri eletti a momento dominante. Dall’altro la persona, i popoli, l’ambiente, non frequentemente presi in considerazione e rispettati, tenuti fuori dalla “città del riconoscimento”.
Una separazione diventata prassi nel secolo scorso, ma che è soltanto il frutto di una mente dicotomica. Una mente che tende solo alla segmentazione, all’inesorabile divisione.

Eppure per riavvicinarci all’Unità basterebbe intendere l’economia, nel senso pieno del suo significato etimologico originario: dal greco oikos, casa/dimora e nomos, costume/legge.

Da qui un abitare che non è semplicemente occupare uno spazio fisico, ma essere in sintonia con l’essenza e con i valori umani, essere in armoniosa intimità con tutto ciò che ci circonda. 

È tempo allora di ripensare e rappresentare l’economia come un luogo teorico-strategico in stretta relazione con i più grandi e insuperabili valori. Insomma quella concezione della vita in cui ogni ente, ogni realtà (persona, animale, pianta), sia vista come fine e non come mezzo, come valore in sé e non come oggetto o strumento.

Oggi i tempi sono maturi perché si possa superare la posizione economica meccanicista, che ha portato il genere umano alla crisi generale che stiamo vivendo. E per riscoprire una visione olistica dove tutti gli statuti del sapere si intrecciano e si fecondano l’un con l’altro e portano alla rinascita di un nuovo umanesimo integrato.

Un sapere interrelato, in cui scienza, economia, etica, arte e religione costituiscono L’Unità e dispongono a un nuovo operare. A una prassi, che non “passa ottusa e sicura accanto al mistero degli enti senza notarlo” (secondo la suggestiva immagine di Eraclito tradotta da Heidegger), ma sa cogliere la dignità di ogni essere, di ogni forma del reale.

Ogni ente infatti, merita rispetto ed attenzione: non solo perché ogni ente è partecipe al Tutto, ma anche perché ogni ente è esso stesso il Tutto.

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4 comments
  1. Alberto B says:

    Mi lasci fare un’osservazione scettica, che le porgo con uno sfondo di rammarico. Credo che buona parte delle persone ambisca alla società che lei descrive – una società con sistemi di riferimento ben integrati, coerenti e condivisi che favoriscano lo sviluppo personale di ognuno.
    Mi pare evidente che siamo ancora lontani da questo obiettivo anche se in fondo sono convinto che lo stress che caratterizza le nostre vite sia “positivo”, visto che in ultima analisi è generato dalle scelte con cui dobbiamo continuamente confrontarci. In questo senso la nostra epoca è mirabile: anche se ci sono ampi margini di miglioramento l’individuo non ha mai avuto tanti gradi di libertà nel determinare il proprio cammino – il che genera consapevolezza; e su questo forse si basa la sua nota ottimista.
    Ma vedo una contraddizione di fondo, che guasta questo quadro di “magnifiche sorti e progressive” (sia pure rivedute, corrette e migliorate rispetto al passato) e che ha a che fare con il raccordo tra presente e futuro, o meglio tra breve e lungo termine.
    Avere una visione di sviluppo della società (o dell’individuo) implica coerenza, coordinamento, costanza e “forward thinking”. Come si possono conciliare questi elementi con un focus sul “presente”, un focus che tende a non mettere in luce contraddizioni e le tensioni che esistono in nuce anche se non sono ancora visibili? Spesso focalizzarsi sul presente porta a scelte sbagliate nel futuro… ampi gradi di libertà si accompagnano molto spesso alla scelta dei percorsi più “facili” e superficiali – sia a livello di individuo che di società.
    Immagino che visto il suo ruolo di imprenditore queste tematiche non le siano estranee e mi interesserebbe molto il suo punto di vista. Temo proprio che libertà e stress siano indissolubilmente legati, così come presente e futuro.

    Ci tengo infine ringraziarla di tenere questo blog.

    • Niccolò Branca says:

      Alberto, devo dirle serenamente che su questo non ho dubbi: stare nel presente è proprio ciò che dà la chiarezza di visione per guardare al futuro e decidere riguardo a questo.

      Nel libro racconto la mia esperienza in Argentina al tempo del default. Se allora avessi basato le mie azioni concernenti un futuro più o meno prossimo sulle teorie e suoi pronostici che mi arrivavano da ogni dove, avrei dovuto agire in tutt’altro modo.
      È stato invece vivendo con piena Consapevolezza quel momento presente, che di fatto ho scelto di intraprendere delle azioni che mi hanno permesso di salvaguardare l’azienda e il lavoro di tutte le persone coinvolte.

      Quello che cito è un caso forse eclatante, e non sempre si raggiunge una chiarezza del genere, una consapevolezza così allargata. Ma è certo che ci può essere di aiuto se si proviamo ad applicarla alla vita di ogni giorno. Più sono presente, maggiore è la chiarezza riguardo al futuro.

      Lei, Alberto, cita l’utopia delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, su cui amaramente ironizzava lo stesso Giacomo Leopardi. E, in effetti, il secolo successivo al grande poeta ha visto le tragedie di due guerre mondiali, gli orrori di stermini di massa programmati, le paure riferite a un’apocalisse nucleare o ambientale.
      Ma il mondo che abbiamo costruito fino ad oggi corrisponde a tutte le sfaccettature dei nostri mondi interiori.
      Ora è arrivato il momento della svolta. Cambiando noi stessi, vivendo con sempre maggiore Consapevolezza, cambieremo il mondo. È un percorso lungo e in continua evoluzione, che ogni tanto ci ributta giù, ma vale la pena di percorrerlo.

      Grazie per il suo commento intenso e sentito.

      Niccolò

      • Alberto B says:

        Grazie della sua risposta . Ad essere sincero, devo dire che mi sforzo di capire ma non capisco fino in fondo … (non mi fraintenda: non voglio dire che la sua nota è poco chiara ma solo che è un po’ lontana dalla mia esperienza) .

        Mi chiedo se il punto non sia il significato che attribuiamo al termine Consapevolezza, a cui entrambi attribuiamo tanto valore.

        Per me essere consapevoli ha molto a che fare con il futuro (e con il passato) . Significa pensare, significa ricordare, interpretare – il più obiettivamente possibile – le scelte e le situazioni attraversate e che mi hanno portato al Presente. E significa (inevitabilmente, per me) proiettarle nel futuro, cercando di individuare obiettivi (meritevoli, si spera) e il cammino per raggiungerli.

        la ringrazion nuovamente dell’attenzione .

        • Niccolò Branca says:

          Caro Alberto, è probabile che, come lei stesso dice, il punto sia proprio il significato che attribuiamo al termine Consapevolezza.

          È certo che alle parole possono corrispondere concetti diversi a seconda della provenienza culturale, geografica, linguistica, ideologica delle persone che le utilizzano. Persino una parola “innocente” come tavolo, potrebbe evocare cinque differenti immagini in cinque persone con un diverso vissuto.
          Quello che le posso dire e che per me la Consapevolezza è Presenza.

          Un caro saluto

          Niccolò