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Come siamo fortunati noi occidentali: viviamo in una società che offre illimitate possibilità di scelta.
Possiamo scegliere lo stile dei vestiti che indossiamo, il tipo di cibo che mangiamo, la qualità degli oggetti di cui ci circondiamo. Possiamo scegliere che libri leggere, che film vedere, che musica ascoltare, che lingue straniere apprendere, che Paesi visitare. Possiamo scegliere con chi, quando o se sposarci, e quando o se avere figli. Possiamo scegliere di utilizzare, tra diverse tecnologie, quella che ci sembra più affidabile. Possiamo scegliere di impegnarci a fondo negli studi, trasferirci in un altro luogo, frequentare il gruppo di persone con cui sentiamo più affinità.

Questa combinazione di libertà e di abbondanza offrirebbe in teoria, alla maggior parte di noi, opportunità a bizzeffe per creare esistenze ideali. Eppure molti di noi si sentono sopraffatti dalla complessità di questo stile di vita. Ci sono così tante scelte da operare ogni giorno…
E il disagio aumenta in modo proporzionale all’importanza della scelta da attuare, fino a diventare un vero e proprio timore.

Ma quella specifica paura che ci assale prima di riuscire a prendere una decisione importante è in realtà una paura universale, ci dicono gli antropologi. Una paura che ci ha sempre accomunato a tutti gli altri essere umani che vivono su questo pianeta.
Con una piccola differenza. L’aumento progressivo delle nostre conoscenze, tecnologiche e scientifiche, ha portato anche a un notevole incremento della nostra capacità di influire sull’ambiente circostante. Così, nel corso del tempo, nel nostro mondo ci siamo trovati nella condizione di affrontare di continuo opzioni sempre più numerose e complesse.

Maggiori possibilità di scelta dovrebbero significare solo maggiore libertà e varietà.
Ecco invece cosa accade alla mente umana: più aumentano le opzioni a disposizione, più rimaniamo intrappolati nell’incapacità di prendere una decisione.

Ma se la vita, da sempre, ci obbliga continuamente a scegliere, perché non abbiamo imparato a farlo con levità? Perché, in misura adeguata a ogni caso, non riusciamo a sfuggire all’inquietudine che ci pervade, all’angoscia che ci assale all’improvviso, a quella sensazione paralizzante di essere sovrastati da un peso insostenibile?

Accade perché, per decidere quale sia la migliore tra le varie opportunità analizzate, dobbiamo assumerci una specifica responsabilità.
Da questa deriva la coscienza nitida che, con la nostra decisione, stiamo diventando artefici della nostra vita. Stiamo plasmando il nostro presente e il nostro futuro e, non di rado, anche quello delle persone che ci circondano o che dipendono da noi.

Questo è ancora più vero per coloro che coprono ruoli sociali elevati. È evidente, infatti, che le decisioni prese da chi ha un ruolo di rilievo – che sia aziendale, politico, civile, religioso o militare – hanno un effetto che si riflette direttamente all’esterno, su un nucleo sociale più o meno vasto e quindi sulla vita di tutte le persone coinvolte.
Per questo, più importante è il ruolo sociale ricoperto, maggiore è la responsabilità che dovrebbe essere assunta nei confronti degli altri.
Un imprenditore, ad esempio, dovrebbe sempre essere consapevole che ogni sua decisione avrà ripercussioni, non solo sulla vita dell’azienda, ma anche su quella di tutti coloro che fanno parte dell’Organismo Vivente, sui fornitori, sui consumatori, sulla società civile…

Purtroppo questo non sempre accade. Ci sono anche leader politici, dirigenti, ministri, manager, imprenditori, commissari tecnici, responsabili di équipe mediche, che non decidono mai.
Li fa esitare, fino alla paralisi totale, la paura di prendere una decisione sbagliata, di non essere all’altezza e quindi di essere smascherati, di commettere errori di valutazione, di decidere fuori tempo, di esporsi al giudizio altrui, di perdere popolarità.

Alcuni di loro prendono solo decisioni di scarsa o nulla rilevanza, delegando agli altri le scelte davvero cruciali. Per questo sono sovente abilissimi nel circondarsi di consulenti, esperti e consiglieri fidati.
Così, pur di non affrontare la paura di decidere, evitano di agire fino a quando qualcun altro non commette uno sbaglio. Allora, finalmente, possono attribuire la colpa al malcapitato e fare in modo che la proprio scelta appaia solo come una reazione al suo errore.

In effetti è molto più facile reagire che agire.
Per questo la nostra decisione di fare qualcosa è spesso dettata soltanto dalle sollecitazioni dell’ego, della paura, degli interessi personali, della rabbia, dell’invidia, della smania di potere.
Dovremmo, al contrario, prendere ogni nostra decisione con calma e ponderatezza, seguendo criteri il più possibile oggettivi e precisi.

In questo, la meditazione è di grande aiuto. Nella profondità del raccoglimento è possibile infatti creare nella propria mente quell’indispensabile base di calma, equilibrio, osservazione e totale attenzione, che una scelta saggia richiede.
Ma non basta. Prima di prendere una decisione è necessario domandarsi: questa azione è giusta solo per me o anche per gli altri? Quali saranno oggi, domani, fra dieci anni, i suoi effetti?

Da tutto il mondo i media ci informano che la tragedia di proporzioni apocalittiche provocata più di trent’anni fa, a Bhopal, in India, dal colosso della chimica industriale Union Carbide, continua a manifestare i suoi effetti.
Molti di voi ricorderanno sicuramente l’accaduto. Quarantamila tonnellate di gas letale fuoriuscirono dagli impianti di miscelazione sotto forma di nube tossica e si abbatterono sugli abitanti dell’adiacente bidonville e della città, provocando in breve tempo molte migliaia di morti e centinaia di migliaia di intossicati.
Quella notte è ricordata come il più grave disastro industriale della storia e un terribile esempio di negligenza da parte delle grandi multinazionali verso i paesi in via di sviluppo.

I dirigenti dell’azienda non rivelarono la natura dei composti perché il pesticida era protetto da brevetto. Così, di fatto, impedirono ai medici di trovare un antidoto e di curare le vittime.
“L’agente eziologico della «malattia di Bhopal» resta tutt’ora sconosciuto”, ha confermato di recente l’Indian Council of Medical Research.
Oggi più di cinquecentomila persone a Bhopal soffrono di disturbi invalidanti legati alla fuoriuscita del gas di tre decenni fa: difficoltà respiratorie, disturbi alla vista, complicazioni al sistema riproduttivo, malformazioni congenite, alta incidenza di cancro e danni al sistema nervoso. Questa è la terza generazione di vittime.

Uno studio del Centre for Science and Environment rivela che il suolo e la falda acquifera continuano a essere contaminati con metalli pesanti, agenti chimici e pesticidi residui del sito dismesso e mai completamente bonificato, dove restano 350 tonnellate di rifiuti tossici abbandonati.

Cito questo esempio non solo per l’immane entità del disastro, ma perché fa ben comprendere come l’assenza di responsabilità della decisione iniziale abbia prodotto una concatenazione di drammatici eventi che si allarga a macchia d’olio, attraversa il tempo e si ripercuote crudelmente ancora oggi su tutti gli esseri viventi coinvolti.

Ogni nostra decisione provoca degli effetti. Si riflette in mille modi diversi sulla realtà che ci circonda e rivela con chiarezza l’interdipendenza che lega tra loro tutti gli esseri viventi.
Più si estende il processo di globalizzazione, più ci scopriamo interconnessi.
Ecco perché chi riveste un ruolo elevato in una multinazionale non può in alcun modo limitarsi a pensare solo al proprio tornaconto o al bene dell’azienda. Dovrebbe invece lavorare con impegno per eclissare il proprio io-egoico e sviluppare in sé un sempre più luminoso io-umanità.
Del resto, quando arriva la morte nessuno di noi può portare con sé alcunché di materiale. Ma gli effetti delle nostre decisioni rimangono, e riecheggiano nel tempo.

Niccolò

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