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Nei testi di marketing quando si parla di qualità si intende ormai per lo più la “qualità percepita” dal consumatore: qualcosa a metà tra il valore attribuito ad un prodotto ( il mitico rapporto prezzo/qualità) e la componente di “immagine-rispetto-stima” che contribuisce a fare di un prodotto un vero e proprio “brand”.

C’è qualcosa di disturbante in questa prospettiva: è l’idea che la qualità “che conta” sia quella per l’appunto “percepita”, il che lascia spazio a preoccuparsi di come “costruire” presso il consumatore una percezione di qualità piuttosto che dedicarsi a fare/essere “qualità” in modo intrinseco.

Sarà pur vero che nella “gestione” del consumatore ( ma guarda un po’ che razza di termini usiamo per parlare di persone che chiamiamo a sceglierci e ad apprezzarci?!) ciò che alla fine conta è la “percezione” (impressione?) che ha dell’azienda e del prodotto, ma siamo proprio convinti che per ottenere questa “buona impressione” dobbiamo partire da ciò che vogliamo indurre in lui, o non sarà il caso di lavorare sul valore intrinseco che vogliamo noi (azienda, marketing) perseguire perché buono in sé stesso?

Parallelamente ai temi della economia “etica” sta maturando anche una concezione intenzionale, consapevole, autoriferita della qualità: come a dire che in fondo il consumatore percepirà quello che c’è davvero….

Ovvio che occorre anche comunicare efficacemente, ma forse comunicare una realtà è più semplice ed efficace del coltivare una realtà semi illusoria….o no ?

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