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Le nuove e vecchie guerre che pervadono il globo, unite ai dolorosi avvenimenti terroristici di questo inizio d’anno, ci riportano alla necessità di non farci fuorviare dalle emozioni collettive. Lo sgomento e l’indignazione non devono in alcun modo fomentare altro odio e separazione.
Vorrei perciò condividere con voi le mie riflessioni al riguardo.

Da quando ha fatto la sua comparsa sulla Terra, la specie umana ha saputo compiere continui e immensi progressi nei più svariati settori: dalle scoperte scientifiche alla tecnologia, dalla medicina all’informatica, dall’architettura ai mezzi di trasporto e di comunicazione. Tuttavia non è mai stata in grado di raggiungere una forma armoniosa e duratura di coesistenza pacifica.
Eppure tutti noi affermiamo di ambire alla pace e alla gioia. Ma allora, è davvero inevitabile il conflitto? E da dove nasce?

Guardiamoci intorno. La nostra realtà è costantemente dilaniata da conflitti di varia portata. I nazionalismi, le religioni, le ideologie, le divisioni in razze, in caste o in etnie ci fanno credere che tutto ciò è inevitabile. Ci fanno credere che ognuno di noi è un individuo separato dagli altri o che appartiene, tuttalpiù, a un gruppo ben circoscritto di persone che ben poco ha in comune con altri gruppi.
Ed è proprio questo senso di separazione che troviamo alla radice di ogni conflitto.

Sappiamo che le guerre non portano nulla di buono e che perfino il più banale dei litigi crea solo una grande quantità di energia negativa. Ma perché non possiamo farne a meno?

Accade perché abbiamo perso la nostra forza interiore e questa perdita genera in noi la paura di qualsiasi diversità.
Quello che dobbiamo fare allora, è riconoscere il nostro valore e, partendo da questo, cominciare a riconoscere anche il valore di ogni altro singolo individuo. Così, a poco a poco, accetteremo e comprenderemo qualsiasi forma di diversità presente nel mondo in cui viviamo.

Esiste un legame tra il conflitto interiore e il conflitto con gli altri?

Tutto, in effetti, ha inizio nei conflitti e nelle separazioni che vivono dentro di noi. Proiettandoli all’esterno, creiamo la realtà così come ci appare. Quindi tutti noi abbiamo una grande responsabilità in ogni cosa che accade. È importante essere consapevoli di questo.

Quando combattiamo contro altre persone, è perché stiamo ingaggiando una lotta anche dentro noi stessi.
I conflitti che coviamo nel nostro cuore ci fanno perdere la forza e il senso del nostro valore interiore. E poiché siamo infelici con noi stessi, estendiamo questa infelicità anche nella nostra interazione con gli altri. Quando un intero gruppo di persone è infelice, accade lo stesso su una scala più grande.
Per questo possiamo affermare che più aumenta la nostra personale capacità di comprendere, accettare e amare, più tutto questo avrà un riflesso su qualsiasi tipo di relazione intratteniamo con gli altri.

La scelta di ritirarsi da una situazione di tensione o di conflitto potrebbe essere vista come una debolezza. Tuttavia essere in pace, dentro e fuori di noi, essere calmi e tranquilli, non significa scappare. Significa piuttosto valutare i propri pensieri e le proprie emozioni prima di esprimerle.

La spiritualità è sempre un punto di forza. Non possiamo avere forza interiore senza spiritualità.

Attraverso la spiritualità riconosciamo di essere molto di più della sola manifestazione fisica. La nostra forza allora, sta nella consapevolezza di noi stessi come esseri spirituali. Esseri vivente e pensanti, che tendono alla pace, all’amore e alla felicità. Alla felicità di tutti.
Più riusciamo a provare questo sentimento, più sperimentiamo la forza dentro di noi.

Ma cosa accade quando si è convinti nel profondo di avere ragione?
Come si fa a raggiungere il proprio obiettivo pur mantenendo la propria consapevolezza spirituale?

Sono convinto che, in questo caso, l’elemento principale sia la pazienza.
Giacomo Leopardi diceva che “la pazienza è la più eroica delle virtù, giusto perché non ha nessuna apparenza d’eroico”. In effetti la pazienza è tutt’altro che un’attitudine facile e indolore, è qualcosa su cui qualsiasi essere umano deve lavorare, e molto, per poterla esercitare.
Eppure avere pazienza è fondamentale. Potrei anche avere la certezza assoluta di avere ragione, ma devo aspettare il momento in cui tutti gli altri saranno d’accordo. In questo modo permetterò anche alle altre persone di imparare le proprie lezioni.
Forse dal punto in cui mi trovo sul mio percorso mi è possibile vedere con grande chiarezza, ma gli altri devono arrivare in quello stesso punto prima di poter vedere.
Dobbiamo imparare ad accettare che ciò che è giusto per noi alla fine forse diventerà evidente anche per gli altri. Nel frattempo, esercitiamo tutta la pazienza di cui siamo capaci, nutrendo la nostra mente con il silenzio, i pensieri positivi, l’amore e la pace riposti nel nostro cuore.

Finché continueremo a identificarci con le nostre idee, credenze, appartenenze politiche, culturali, sociali, continueremo a creare separazioni e conflitti.  È tempo invece di comprendere che siamo tutti figli di un’unica famiglia umana.
Tutti gli esseri umani soffrono, tutti piangono, tutti sono in balia della ricerca del piacere, tutti sono afflitti dalla solitudine, dal desiderio inappagato, dalla confusione. Il dolore, l’ansia, l’isolamento, la mancanza d’amore, appartengono all’intera umanità.
L’intensa sofferenza causata dalla morte di una persona cara ci fa supporre di essere gli unici in preda a quella pena indicibile. Eppure quante persone al mondo, nello stesso istante, stanno soffrendo per la perdita di un figlio, di una moglie, di un padre, di un fratello, di un caro amico? Quanti sono attanagliati dal nostro stesso dolore?

La sofferenza dell’individuo è la sofferenza dell’intera umanità. La solitudine del singolo è la solitudine dell’intera umanità.
Allo stesso modo, anche la coscienza non appartiene a un solo individuo, ma è la coscienza dell’intera umanità. Gli altri, siamo noi.

Quando assimileremo davvero il semplice e meraviglioso concetto che noi tutti siamo fatti della stessa “stoffa dell’universo”, avverrà un grande cambiamento. Un’intelligenza piena d’amore si metterà in moto. Una forte compassione, nel senso etimologico del termine, cum patior (soffro con): percepiremo la sofferenza altrui provandone dolore e, al contempo, desiderio di alleviarla.
Così ci sarà possibile renderci conto anche della nostra personale responsabilità nella nascita o nel perdurare di conflitti di varia portata. Attraverso questa consapevolezza si metterà in moto la saggezza, allora agiremo di conseguenza, non facendo più del male a niente e nessuno. Nemmeno a noi stessi.

Vorrei terminare con questo brano significativo, tratto da un libro di Tiziano Terzani: un invito a evitare ogni conflitto e ad accettare l’altrui diversità.

Niccolò Branca

 

«Mi dica, che cosa spinge l’uomo alla guerra?», chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. «È possibile dirigere l’evoluzione psichica dell’uomo in modo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell’odio e della distruzione?»
Freud si prese due mesi per rispondergli.
La sua conclusione fu che c’era da sperare: l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire.
Giusto in tempo la morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.
Non li risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all’umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza: «Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto».

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